Invertire la cecità è oggi possibile grazie a nuove tecniche basate su protesi retiniche o sulla stimolazione della corteccia occipitale, che negli ultimi anni hanno dimostrato sicurezza ed efficacia in numerosi studi clinici.
Tuttavia, ciascuna di queste tecniche presenta limiti e svantaggi: la prima è applicabile solo a una popolazione selezionata di pazienti ciechi che conservano bulbi oculari integri, retina interna e nervo ottico funzionante; la seconda richiede un intervento neurochirurgico a cielo aperto per l’impianto di elettrodi, rendendo discutibile una diffusione su larga scala.
Per questo motivo, è auspicabile la ricerca di una tecnica alternativa non invasiva capace di indurre la percezione di fosfeni nei soggetti non vedenti.
Il presente progetto pilota mira a testare la possibilità di evocare fosfeni e la loro percezione sia in volontari sani sia in pazienti ciechi con cecità congenita o acquisita, utilizzando una tecnica non invasiva nota come stimolazione magnetica transcranica (TMS), originariamente introdotta come strumento diagnostico in neurologia periferica e centrale.
La TMS ha dimostrato di avere scarsi effetti sulle funzioni generali dell’organismo e di non provocare alterazioni strutturali rilevabili, riducendo al minimo il rischio di crisi epilettiche.
Una prima fase dello studio prevede la verifica della possibilità di evocare fosfeni in volontari sani, al fine di valutare se tale fenomeno sia effettivamente ottenibile e se i pattern visivi percepiti vengano riconosciuti come tali.
Successivamente, gli stessi test saranno ripetuti in soggetti ciechi, suddivisi in sottogruppi clinicamente definiti (cecità congenita e cecità acquisita).
Questa prima fase consentirà di valutare i parametri fondamentali della percezione dei fosfeni indotta da TMS e di individuare le condizioni di stimolazione ottimali per evocare sensazioni visive strutturate.
Una seconda fase dello studio prevede la possibilità di collegare una videocamera al dispositivo TMS, con l’obiettivo di trasferire informazioni visive dall’ambiente del paziente direttamente al cervello, in condizioni di vita quotidiana.